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Ovadia: uno Shylok sublime nella sua apparente infedeltà

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Immagine articolo - italia domani

In genere le recensioni si scrivono per dare linee guida alla scelta dello spettatore ma in questo caso è ben più utile un monito piuttosto che un vademecum. Leggere bene il titolo e fare le debite considerazioni prima di alzarsi dal proprio posto a metà spettacolo. Non è Shakespeare, è Ovadia, che ci offre un’antologia sull’attualità del classico shakespeariano attraverso il filtro visuale della cultura yiddish ed ebraica in genere molto accattivante, travalicando i limiti del teatro “classico” e divenendo attore e retore allo stesso tempo. Una prova generale, una lectio magistralis polifonica, che potrebbe ben tradursi anche in opera cinematografica o una tesi di laurea a carattere multidisciplinare. Le etichette non bastano e non servono per spiegare quanto Ovadia si propone di fare in due ore di spettacolo incentrato sulla sintesi antologica del vero “Mercante di Venezia”, con tanto di citazioni attuali, anche alla politica, riferimenti storici e sottotitoli per non esperti.
Presenza imperiosa e magnetica, il guru del rock Shel Shapiro completa l’eterogeneo puzzle di una tragi-commedia ironica e scomoda, come tutte le verità non dette. Andò e Ovadia la hanno riscritto facendone un’opera meta teatrale, in cui la vicenda viene raccontata da un regista che tenta di provare lo spettacolo cercando allo stesso tempo di mettersi d’accordo con uno strampalato impresario resosi famoso per poco commendevoli fatti di cronaca nera. “L’ossessione del regista e quella del mercante sono speculari: il primo vorrebbe restituire a Shylock la libbra di carne che gli è stata negata cinquecento anni fa, l’altro vorrebbe acquistare un altro pezzo speciale nella sua collezione di libbre, catturando il cuore di un artista”, raccontano i due autori. Un magazzino abbandonato, un ospedale in rovina e un infinito telo bianco . È questo il microcosmo in cui è stato immerso “Shylock, il Mercante di Venezia in prova”. Si parte da Shakespeare per guardare allo sviluppo della storia del teatro per poi rimodularla, trarne spunti di proiezioni sull’orizzonte culturale futuro, come nelle migliori tradizioni cabalistiche di estrazione yiddish. Questo Mercante si sofferma sulla figura dell’ebreo più noto nell’universo mondo, Shylock, e gli costruisce attorno un mondo metafisico senza tempo, un’illusione onirica che parte da lui e a lui ritorna. Shylock ha più di quattrocento anni e porta su di sé il peso, la rappresentazione dei mali del mondo, accudito da una infermiera, Lee Colbert, straordinaria interprete musicale. L’alter ego di Shylock, un regista ormai rassegnato al declino, per tutta la vita ha sognato di allestire il Mercante di Venezia, fedele ad un’idea romantica di un teatro che venga dal cuore.
Poi c’è l’impresario (Ruggero Cara), che si muove spericolato tra mafia e commercio d’organi, lui, il vero finanziatore dell’operazione con un illusorio sogno duale, che rimanda a quello del grande Schnitzler: quello del regista di restituire a Shylock il suo cuore, e quello dell’impresario che vuole appropriarsi del cuore del regista. È una partita a scacchi da far tremare i polsi, dove l’uomo e l’autore sondano i propri confini, sfidando la natura potente delle cose, come nel “Settimo sigillo” si arrischiava Bergman. Da brivido i due momenti definitivi: il magnifico monologo di Shylock sull’eguaglianza fra gli uomini, sogno mai sopito per millenni, e la marcia finale in una sorta di circo metafisico che avrebbe entusiasmato Federico Fellini. E lì, sembra dirci Ovadia, in quel girotondo il nostro destino di cercatori di un senso o quantomeno di una parte nella vita, come "I sei personaggi" di Pirandello di un copione da rendere vita. Non arrovelliamoci tanto sulla mèta, l’importante è partire e proseguire il viaggio, con la nostra valigie di domande. Si replica al Morlacchi di Perugia fino a stasera. (R.M.)

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