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Punti di vista

Lampedusa, un'isola nell'abisso

L'opinione di Fabio Polese, di ritorno dal "fronte" dell'immigrazione
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Immagine articolo - Il sito d'Italia

LAMPEDUSA – La situazione dell’isola italiana di Lampedusa è un qualcosa di irreale. Gli immigrati sono ovunque, come zombi, in gruppi più o meno numerosi, camminano nella città fantasma. Ovunque c’è un via vai continuo di forze dell’ordine che, secondo le fonti ufficiali, sono circa 400 unità divise tra Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza ed Esercito.

Avanti e indietro monitorano le vie della città e le nuove imbarcazioni che potrebbero arrivare da un momento all’altro. Sopra il porto, una piccola collina è invasa di sporcizia e di ripari per la notte fatti con mezzi di fortuna presi qua e là dagli immigrati. Nei negozi, alcuni chiusi e altri aperti, si mescolano gli abitanti lampedusani e i nuovi arrivati. “Noi non siamo razzisti, vogliamo continuare a vivere con dignità nella nostra isola, rivogliamo la nostra tranquillità” mi dice Giusi, una ragazza trentenne del posto che fa eco ai molti altri abitanti con cui ho avuto il piacere di confrontarmi e di parlare.

L’economia dell’isola di Lampedusa si regge - da sempre – attraverso la pesca e il turismo. La pesca, tra alti e bassi, continua. Il turismo, per ovvie ragioni, è al collasso. Proprio come l’isola. Maria, un’amica di Giusi, mi racconta della vita semplice e bella che tutti gli isolani sono abituati a fare,mi dice con un tono secco e ricco di ricordi ormai lontani:“lasciavamo le chiavi delle macchine attaccate al quadro”. Seppur possa sembrare una banalità, credo che il significato di quest’ultima affermazione, possa benissimo sintetizzare il radicale cambiamento della vita dei lampedusani. E perché no, anche quella di tutti gli italiani. L’emergenza immigrazione che soffoca l’isola da ormai due mesi non è più sostenibile come non è più sostenibile la barzelletta della convenzionale accoglienza tout court. La situazione di crisi attuale non lo permette. E se ne dovrebbero accorgere anche i fautori della solidarietà pace and love. A parole è tutto bello e tutto possibile. Ma nella realtà le cose cambiano.

Ormai sono più di cinquemila e cinquecento le persone provenienti dal nord Africa stipate nel centro di accoglienza a cielo aperto dell’isola. Numeri che fanno girare la testa a tutti: dal governatore della regione Sicilia Lombardo al ministro dell’interno Maroni. Le soluzioni che vengono proposte dai nostri governanti però non sono destinate ad eliminare il problema. Un problema che comprende sia i cittadini italiani e sia gli sfortunati avventurieri che, con barche di fortuna, arrivano nelle nostre coste sperando in una vita migliore. L’Europa - Italia compresa - proietta da sempre una speranza di benessere. Un benessere fazioso e non destinato ai più. Da una parte ci viene proposto uno “spiattellamento” in tutto il territorio italiano di tendopoli d’immigrati e dell’altra, un finto aiuto economico per chi decidesse di tornare nella terra d’origine. Certamente non possono essere queste le soluzioni definitive al problema dell’immigrazione. Ma in perfetto stile italiano, si tende ad allungare i tempi della malattia.

Un ragazzo in un bar, vicino al porto di Lampedusa, mentre prendo il mio caffè, mi paragona la situazione della sua isola a quella di una barca che, piegata da una parte, affonderà da un momento all’altro. Un quadro che potrebbe realmente diventare una triste realtà. Nelle strade, nel frattempo, gli immigrati girano senza una meta, occhi persi nel nulla, prendono quello che trovano. Dall’altra parte dell’isola c’è quello che viene chiamato “il cimitero dei barconi”; decine di barche vecchissime ammucchiate a destra e a sinistra che sembrano essere una metafora dell’attuale situazione di crisi. Un’altra ragazza, incontrata nella principale piazza di Lampedusa – che manco a farlo apposta si chiama Piazza Libertà - mi dice che si sente morta dentro, ma, allo stesso tempo, non lascerà mai la sua amata isola. Mentre sento queste parole, capaci da sole di incidere una roccia, mi domando come mai, anche gli immigrati, non provino a lottare per vivere dignitosamente nella propria terra. E magari, anche il perché, l’Europa e tutti gli amanti delle “missioni umanitarie” non si attivino per far crescere economicamente queste terre. Ma forse, tutti questi discorsi non servono a nulla. Quello che serve sono nuovi schiavi pronti al lavoro a basso costo spaccandosi la schiena per poche manciate di euro. (Fabio Polese. 1/Continua)

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