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Punti di vista/2

Lampedusa, un'isola nell'abisso (seconda parte)

L'opinione di Fabio Polese, di ritorno dal "fronte" dell'immigrazione/2
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Immagine articolo - Il sito d'Italia

LAMPEDUSA – Mentre sto in giro per l’isola, arriva la notizia che un nuovo barcone è stato avvistato e arriverà nelle coste italiane in meno di due ore. E’ il quarto della giornata e il secondo che proviene dalla Libia. Poco dopo, un elicottero della Marina Militare italiana decolla dalla nave Etna per intervenire sul barcone dove una donna ha appena partorito mettendo in salvo madre e neonato.

Nell’aria c’è la volontà di una presa di posizione forte e popolare proprio come era avvenuto nei giorni precedenti, quando i cittadini di Lampedusa non avevano permesso l’installazione delle tendopoli. Il giorno prima del mio arrivo, un nutrito gruppo di mamme lampedusane, si erano recate dal primo cittadino  Dino De Rubeis per richiedere la chiusura temporanea delle scuole. Una richiesta giustificata dalla drammatica situazione sanitaria nei pressi degli edifici scolastici dove stazionano immigrati e, di conseguenza, bisogni fisiologici e possibilità di infezioni. Giovanna, una delle mamme che si erano recate dal Sindaco, con molto rammarico, oltre a descrivermi la triste situazione davanti alle scuole, mi racconta la difficoltà che gli isolani, pure prima dei questa emergenza, hanno anche solo per fare una visita medica. “I dottori vengono tre o quattro ore al giorno, per una visita dobbiamo aspettare dei mesi” afferma la giovane mamma. E se arrivassero delle infezioni o delle malattie? “Se hai i soldi per spostarti in Sicilia bene, altrimenti, sei fregato”. Silenzio. Il mio giro continua, mi dirigo verso il porto e mentre mi avvicino, ci sono sempre meno cittadini lampedusani. Qui le forze dell’ordine sono aumentate, è aumentato anche il numero di giornalisti che aspettano nuove notizie e raccolgono informazioni e i volontari della Croce Rossa Italiana sono impegnati a gestire la difficile situazione che sta colpendo l’isola.

Oltre all’emergenza immigrazione mi viene raccontato che da qualche anno la situazione è cambiata. Prima il Comune aiutava economicamente gli abitanti dell’isola con sussidi per i giovani disoccupati e per le ragazze madri. Da tre anni a questa parte, questo non avviene più. E ancora, mi dicono di come le strade siano rotte e molto più sporche [per le foto del viaggio è possibile contattare Polese all'indirizzo: [email protected], NdR]. Si dice che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Lampedusa non deve diventare un centro d’accoglienza eterno, non può essere usato come scudo umano per l’Italia. Sia chiaro.

Si sta facendo buio e dopo qualche altra chiacchierata, torno nella parte alta di Lampedusa per andare a cena. E’ sabato sera e quasi tutti i locali sono aperti. La prima impressione che mi viene in mente è che, pure nella difficoltà, c’è voglia di andare avanti. Dopo la cena, faccio un ultimo giro per le vie di Lampedusa, bar e pub notturni sono affollati da giovanissimi pronti a passare la serata come se nulla fosse cambiato da qui ai due mesi precedenti. Ma pure se la vita continua, la normalità non c’è. I riflettori sono accesi, girano soldi ma la situazione è davvero critica. Milleduecento immigrati sono arrivati nelle ventiquattro ore della mia permanenza nell’isola e un terzo barcone proveniente dalla Libia sta sbarcando mentre prendo il mio volo per Palermo. Continuando di questo passo, l’abisso è davvero molto vicino. (Fabio Polese)

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